La Befana di Giovanni Pascoli — uno sguardo che attraversa le case e i cuori
Il 6 gennaio, giorno dell’Epifania, per noi italiani è sempre stato un momento sospeso tra magia e tradizione: la Befana che arriva nella notte, i bambini che aspettano, le calze appese, la sorpresa del mattino. Un rito semplice, che profuma di casa.
Eppure, nella poesia di Giovanni Pascoli questa leggerezza si incrina. La sua Befana non è solo la vecchina che porta doni: è un’osservatrice silenziosa, quasi una custode delle nostre vite. Passa davanti alle case e vede ciò che spesso non vogliamo guardare: le differenze, le ingiustizie, la bellezza e la fatica che convivono ogni giorno.
Pascoli ci mostra due mondi: quello delle famiglie che possono permettersi di esaudire i desideri dei figli, e quello di chi, pur avendo bambini “buoni”, non ha nulla da mettere nelle calze. C’è la gioia luminosa di una mamma che scende le scale con i doni, e c’è la tristezza composta di un’altra madre che veglia, fila e trattiene le lacrime davanti a tre zoccoli consumati.
In fondo, Pascoli ci parla del bene e del male come di due forze che abitano la stessa realtà. Non come opposti da combattere, ma come elementi che si definiscono a vicenda. Senza l’uno, non riconosceremmo l’altro.
Mi torna alla mente una frase di Oscar Wilde che sento molto vera:
“Ognuno ha in sé inferno e paradiso.”
E ogni giorno, in modi piccoli e grandi, scegliamo da che parte stare.
Ti lascio ora alla lettura della poesia, accompagnata da alcune immagini che ho realizzato. Se vuoi, trovi anche un breve video con l’inizio del testo.
Viene viene la Befana,
vien dai monti a notte fonda.
Come è stanca! la circonda
neve, gelo e tramontana.
Viene viene la Befana.
Ha le mani al petto in croce,
e la neve è il suo mantello
ed il gelo il suo pannello
ed è il vento la sua voce.
Ha le mani al petto in croce.
E s’accosta piano piano
alla villa, al casolare,
a guardare, ad ascoltare
or più presso or più lontano.
Piano piano, piano piano.
Che c’è dentro questa villa?
uno stropiccìo leggiero.
Tutto è cheto, tutto è nero.
Un lumino passa e brilla.
Che c’è dentro questa villa?
Guarda e guarda… tre lettini
con tre bimbi a nanna, buoni.
Guarda e guarda… ai capitoni
c’è tre calze lunghe e fini.
Oh! tre calze e tre lettini…
Il lumino brilla e scende,
e ne scricchiolano le scale:
il lumino brilla e sale,
e ne palpitano le tende.
Chi mai sale? chi mai scende?
Co’ suoi doni mamma è scesa,
sale con il suo sorriso.
Il lumino le arde in viso
come lampana di chiesa.
Co’ suoi doni mamma è scesa.
La Befana alla finestra
sente e vede, e s’allontana.
Passa con la tramontana,
passa per la via maestra,
trema ogni uscio, ogni finestra.
E che c’è nel casolare?
un sospiro lungo e fioco.
Qualche lucciola di fuoco
brilla ancor nel focolare.
Ma che c’è nel casolare?
Guarda e guarda… tre strapunti
con tre bimbi a nanna, buoni.
Tra le ceneri e i carboni
c’è tre zoccoli consunti.
Oh! tre scarpe e tre strapunti…
E la mamma veglia e fila
sospirando e singhiozzando,
e rimira a quando a quando
oh! quei tre zoccoli in fila…
Veglia e piange, piange e fila.
La Befana vede e sente;
fugge al monte, ch’è l’aurora.
Quella mamma piange ancora
su quei bimbi senza niente.
La Befana vede e sente.
La Befana sta sul monte.
Ciò che vede è ciò che vide:
c’è chi piange, c’è chi ride:
essa ha nuvoli alla fronte,
mentre sta sul bianco monte.
Fammi sapere che ne pensi nei commenti! 💖
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